Prime Esperienze
Maldives, l'isola del piacere.
Fantasticstorm
03.10.2025 |
5.694 |
9
"Senza pensarci infilo la mano per afferrarlo e mi rendo conto solo ora che le sto toccando la pelle non coperta dalle autoreggenti..."
Mi sono sempre chiesto perché ai gate dell’aeroporto i posti a sedere siano così pochi e scomodi. Qui a Malpensa, poi, davvero contati, quasi si voglia rendere fastidiosa l’attesa degli sfortunati che decidono di spostarsi volando.Mancano ancora quaranta minuti all’imbarco e finalmente tra poco si parte. Avevo bisogno di qualche giorno di pausa dal lavoro. Una settimana lontano da stress, scartoffie, malviventi e colleghi, sempre troppo presenti e invadenti, è proprio quello che mi ci vuole.
In fondo sono solo sette giorni, anzi, sette notti, ma saranno i miei giorni di pace. Una sdraio al sole, un po’ di relax sotto un ombrellone di foglie di palma, un buon libro, un buon bicchiere di whisky con molto ghiaccio e tanto, tanto silenzio. Ora che ci penso, forse sarà meglio trovare un’alternativa al whisky, lì c’è la religione mussulmana e gli alcolici sono vietati. Facciamo che al posto del whisky ci metto un buon the freddo e pace sia.
Questa ragazza che mi siede a sinistra, non capisco come riesca a non rendersi conto che sta emanando un odore sgradevole al punto che mi devo alzare per non vomitare. Certa gente pensa a truccarsi, vestirsi alla moda, ma lavarsi?
E dire che è anche una splendida ragazza, ha un viso bellissimo e un corpo che pare disegnato da un artista. Non capisco proprio come nessuno le faccia notare questo problema, di sicuro avrà un ragazzo, o forse anche un marito, magari è peggio di lei, oppure neanche se ne accorge più, tanta l’abitudine.
Certo è che stona l’abbinamento tra quello che si percepisce guardandola e quello che se ne può evincere annusandola. Anche la donna che le siede a sinistra deve essersene accorta, ha inclinato la testa dall’altra parte, forse proprio per non sentire quelle zaffate.
Visto che manca solo una ventina di minuti all’imbarco, mi alzo e mi sposto, in fondo ho solo una borsa con poche cose e non sarà certo un problema stare in piedi per così poco tempo.
Anche molti altri passeggeri hanno avuto la mia stessa idea e già si sta formando la coda per l’imbarco. Mi posiziono qui, alla fine della coda, borsa stretta fra le gambe e un ultimo sguardo ai social sul cellulare prima di salire a bordo e doverlo spengere.
Lancio un’occhiata alla ragazza che sedeva accanto a me e proprio in quel momento anche lei mi sta guardando. Il mio pensiero è immediatamente rivolto a quello strano connubio tra la sua bellezza e quel disgustoso e odioso odore del corpo.
Il suo sguardo provoca in me un senso di disagio per essermi alzato e magari averle fatto capire che mi sono allontanato apposta da lei. Ma, cos’è quello? Possibile? Sì, non mi sbaglio: le sue labbra accennano a un sorriso che mi lascia spiazzato, mi osserva deliberatamente, mi sento quasi in colpa per averla disprezzata, ma che ci posso fare. Era proprio difficile starle vicino.
Non mi scompongo comunque. Il mio sguardo segue i contorni del collo magro e affusolato, si allunga dentro la camicetta appena visibile sotto il golfino che indossa. Di sicuro deve essere molto leggero, anche se la temperatura all’interno dell’aeroporto non è poi così alta, anzi.
La gonna di pelle le copre a malapena le gambe, disegnate da un ricamo sui collant molto fine e di grande effetto. Proprio mentre il mio sguardo indugia sulle gambe, lei, che fino a quel momento le aveva tenute accavallate, le allarga lentamente e si solleva in piedi.
Non posso fare a meno di notare che le calze sono delle autoreggenti e che con quel movimento ha lasciato intravedere la biancheria intima. Alzo gli occhi e vedo che il suo sguardo incrocia di nuovo il mio. L’imbarazzo adesso è completo. È molto probabile che io stia anche arrossendo e mentre lei con un sorriso si sposta qualche metro dietro di me, tento di recuperare il contegno distogliendo lo sguardo e puntandolo verso la porta di imbarco.
Mancano pochi minuti e le hostess si stanno già preparando per il check-in. Non riesco a togliermi di testa la ragazza e la voglia di girarmi mi assale. Provo a resistere ma alla fine, fingendo di guardarmi intorno, riesco a scorgerla, è qualche passo dietro di me.
Di nuovo vedo che mi sta osservando e sul suo viso compare ancora quel leggero sorriso che non capisco se sia ironico o voglia dirmi che posso stare tranquillo, come se avesse capito che mi ero allontanato apposta da lei e che non mi dovevo preoccupare, non le avevo creato disagio. Mi spiazza.
Intanto inizia l’imbarco e procedo in fila con gli altri, anche se la voglia sarebbe quella di rallentare e lasciare che quelli dietro di me passino avanti per allinearmi a lei, ma mi dico che forse è meglio evitare, magari ho frainteso tutto e potrebbe anche infastidirsi. Poi magari accanto a sé ha un uomo e faccio la figura del coglione.
Seguo quindi il percorso senza perdere posizione e, dopo aver fatto controllare i documenti e il biglietto, procedo verso l’aereo. Mentre percorro il corridoio fino all’aeromobile, getto un ultimo sguardo indietro per vederla di nuovo, ma non è ancora passata dal controllo e quindi l’ho persa di vista.
Le due hostess all’ingresso dell’aereo mi indicano la direzione da seguire per trovare il mio posto a sedere e proseguo verso la fila 12 posto A. Mi sono assicurato un posto accanto al finestrino facendo il check-in online, anche con un discreto anticipo.
Metto la borsa nella cappelliera, dopo aver preso il libro che sto leggendo in questo periodo, e mi siedo spostando le cinture di sicurezza, il sacchetto con le cuffie, la mascherina copri occhi e la coperta per la notte.
Accanto a me ci sono altri due posti al momento vuoti, ma di sicuro qualcuno arriverà. Speriamo si tratti di una persona tranquilla e poco invadente. Voglio riposare perché il viaggio è lungo con scalo a Istanbul e avrò poco tempo per dormire, nell’ultimo tratto.
Sono lì che sto sistemando le mie cose quando vedo una figura fermarsi proprio davanti alla mia fila, rivolta verso di me. È lei. Mi riconosce immediatamente e le spunta un sorriso malizioso sul viso.
Prende la piccola valigia che ha con sé e la colloca dentro la cappelliera. Sollevando le braccia, il golfino e la camicetta lasciano intravedere la pancia, l’ombelico e le trine molto fini delle mutandine.
Di nuovo l’imbarazzo mi assale e ho la sensazione che nel tentativo di sistemare al meglio quella valigetta la ragazza stia cercando di mostrarmi tutta la sua bellezza con abbondante sensualità, mettendomi, appunto, in imbarazzo di proposito e le sta riuscendo proprio bene, non c’è che dire: tanto l’imbarazzo ho dimenticato le buone maniere, avrei dovuto alzarmi e offrirle il mio aiuto.
Superato quel momento, che devo ammettere mi è comunque piaciuto, sposto lo sguardo sul cellulare, cerco di distrarmi per non arrossire di nuovo e dopo una breve occhiata ai social e alla posta procedo a metterlo in modalità aereo e spengerlo.
Lei intanto si siede accanto a me e si allaccia la cintura. Ripongo il cellulare nella tasca interna del giubbotto e mi accingo a fare anche io altrettanto. Muovendomi in quello spazio ristretto la sfioro con un gomito. Mi scuso, ma lei con il solito sorriso e una voce dolcissima mi dice di non preoccuparmi.
Sono ormai passati diversi minuti da quando ci siamo seduti nei nostri posti e solo adesso mi rendo conto con immensa sorpresa che non era lei che male odorava! Probabile fosse quella persona che stava seduta alle sue spalle nei posti di attesa all’imbarco.
Ne sono sollevato: quell’abbinamento così disgustoso era stato solo un fraintendimento e questo mi rende felice, più che felice.
Senza rendermene conto mi parte un sorriso e scuoto la testa, le se ne accorge, si gira verso di me e mi mette una mano sul braccio.
“Guardi, non si deve preoccupare, sono anche io rimasta scioccata da quell’odore forte e nauseante, mi rendo conto che certa gente non capisce che lavarsi dovrebbe essere un segno di rispetto per gli altri, ma anche per se stessi.”
Le sorrido e le confesso che avevo davvero pensato fosse lei quella che aveva il problema e non riesco a trovare le parole per scusarmi. Lei mi leva nuovamente dall’imbarazzo con l’ennesimo sorriso e dice:
“Lo capisco benissimo, era difficile intuire da chi provenisse quell’odore nauseabondo.”
Ecco che si aggiunge il terzo passeggero della nostra fila. Un uomo attempato, con un fisico robusto e indubbiamente ingombrante. Prima di sedersi parla con la persona che sta nel posto della fila accanto divisa dal corridoio e che, molto probabilmente, dev’essere la moglie, o qualcosa del genere. Di sicuro hanno fatto in ritardo il check-in e non hanno beccato i posti uno accanto all’altra.
Il nostro vicino si siede e prende molto spazio con la sua mole, la ragazza si sposta leggermente verso di me. Ovviamente la cosa non mi dispiace assolutamente, anzi, questo piccolo contatto fisico mi mette di buonumore e cerco di stabilire un dialogo con lei.
Esordisco con un:
“Come ti chiami?”
Lei si gira verso di me:
“Eva e tu?”
Le guardo gli occhi bellissimi e chiari e rispondo:
“Antonio, piacere.”
Allungo la mano e lei fa altrettanto. Senza essermene reso conto abbiamo già superato i convenevoli e ci diamo del tu.
Di sicuro tra me e lei ci sono diversi anni di differenza, ma non riesco a capire quanti possano essere. L’idea di chiederle l’età non mi sfiora minimamente, sarei un cafone se ci provassi. Allora giro intorno alla questione età e le chiedo:
“Che ci fa una giovanissima ragazza come te, sola, su un volo per Istanbul?”
Il suo volto in quel momento si acciglia e le si spenge il sorriso, poi, dopo una piccola pausa, dice:
“Cerco di ritrovare un po’ di pace e di serenità dopo un periodo difficile a causa una persona che mi ha fatto soffrire e che voglio dimenticare, e allontanare il più possibile da me.”
In quelle parole noto un forte dolore intimo, che di sicuro è ancora presente in lei e la tormenta. Anche per me, in fondo, oltre a una questione di stress derivato dal lavoro, c’è da mettere in conto il fatto che da poco tempo ho lasciato una donna, dalla quale, comunque, mi ero già emotivamente allontanato.
Le rispondo:
“Mi dispiace… Non volevo essere invadente, scusami:”
“No no, nessun problema, mi alleggerisce parlarne.”
Poi prosegue:
“Comunque non vado a Istanbul, è uno scalo per le Maldive, i voli diretti costavano troppo.”
La notizia provoca in me una reazione fisica nonché emozionale e sobbalzo sulla poltrona.
“Hai avuto un’ottima idea a scegliere quei luoghi.”
E continuo:
“Vado anche io alle Maldive. In quale isola hai il resort?”
Inconsciamente spero che lei mi dica che è la mia stessa isola, ma la probabilità che tra milleduecento isole circa, sia proprio quella, è davvero impossibile. Tra l’altro, la mia scelta è dettata dalla presenza, su quell’isola, di un piccolo ma tranquillissimo resort, in cui non ci sono animatori ingombranti e assillanti. Lei di sicuro avrà preferito un luogo più movimentato dove divertirsi e incontrare gente.
“Vado a Omadhoo, tu?”
Stento a crederci, è la mia stessa isola!
“Ma daiii, vado anche io lì, che coincidenza incredibile, stessa fila di poltrone al gate, stessa fila in aereo e stessa isola. Nemmeno avessimo prenotato insieme.”
Mentre pronuncio quelle parole si affaccia in me di nuovo la preoccupazione di sembrarle troppo invadente e troppo entusiasta della sua presenza sull’isola. Poi mi rendo conto che tutto sommato non dipende da me questa sorprendente fatalità.
“Ma non mi dire!”, risponde infatti lei, “È davvero una strana coincidenza. Con tante isole proprio la stessa.”
A me già passa per la testa l’idea che avrei potuto trascorrere una bella vacanza e magari anche godere della presenza di una persona con cui passare le giornate, raccontandoci un po’ delle nostre vite.
Mentre penso a tutto questo, mi rendo conto che le aspettative di entrambi per questa vacanza, e forse le sue più delle mie, sono di avere un po’ di spazio per stare con noi stessi, riflettere, e quindi, forse, le fantasie che mi hanno pervaso la mente, sono solo delle illusioni.
Mentre sono perso nei miei pensieri, l’aeromobile inizia il rullaggio sulla pista. Le hostess cominciano il loro show per spiegare dove trovare giubbetto salvagente, respiratore e tutti gli strumenti di sicurezza.
Alla fine si decolla e, come sempre mi accade, mi prende l’ansia, mi assale ogni volta che sono in volo. Alle prime vibrazioni dell’aereo mi viene naturale portare la mano sul bracciolo, come per reggermi e non cadere. Sento la sua mano che prende la mia, come una madre nei confronti del figlio.
Se lo scopo è quello di darmi serenità, ci è riuscita perfettamente. Quel contatto mi ha donato un senso di pace e di tranquillità, mi rilasso completamente. Quando mi lascia la mano siamo già in volo e anche le vibrazioni sono scomparse.
Sono curioso di sapere più cose su di lei, ma nello stesso tempo non voglio essere pressante e, visti i presupposti che l’hanno spinta a effettuare quel viaggio, sono sicuro che non gradirebbe un interrogatorio come uno dei miei, che per deformazione professionale diventano stringenti.
Prendo coraggio e provo a farle solo delle semplici domande, giusto per capire se gradisce chiacchierare o se preferisce stare tranquilla a pensare alle sue cose.
“Di dove sei Eva?”
“Sono nata a Roma, ma adesso vivo a Bologna, ho studiato lì poi, dopo la laurea come infermiera, ho trovato lavoro e ci sono rimasta. Mi ci trovo bene e non mi è stato neanche difficile trovare casa. Gli affitti sono abbastanza abbordabili e le persone cordiali.”
“Ci abiti da molto?”
La domanda ha lo scopo più che altro di capire l’età, visto che è lì dall’inizio dell’università.
“Quasi dieci anni ormai, ma spesso torno a Roma dai miei, giusto per respirare un po’ l’aria di casa mia.”
A questo punto i conti sono presto fatti, considerando gli anni dell’università che possono essere tre o al massimo cinque, e considerando il resto del percorso di studi, dovrebbe avere dai venticinque ai ventisette anni. Tutto sommato non molti meno dei miei quaranta, dai, e quindi non è scandaloso fare amicizia e magari farsi vedere insieme al villaggio.
La ragazza, con un intuito pazzesco, mi guarda negli occhi e mi dice, con un sorriso:
“Io ho ventotto anni, tu?”
Mi viene spontaneo accennare ad una risata: “Quaranta, sono molto più vecchio di te.”
“Ma dai che non sei vecchio, tra l’altro te ne avrei dati anche meno.”
Mentre mi parla mi prende di nuovo la mano e la stringe tra le sue, come per cercare di togliermi dall’imbarazzo di quel momento. Poi prosegue con altri dettagli:
“Lavoro in una casa di cura, ho degli ottimi colleghi ma penso che cercherò un altro posto di lavoro, perché è lì che lavora anche la persona dalla quale mi sto allontanando e che non voglio più avere intorno. È difficile conciliare lavoro e sentimenti, ed è sempre sconsigliato avere un rapporto sentimentale con un collega, ma a volte accade e il rischio che le due cose siano inconciliabili è molto alto, se poi accade quello che è accaduto a me la cosa diventa veramente insostenibile.”
“Capisco benissimo la tua situazione e credo che la soluzione migliore in effetti sia quella di cercare un’altra struttura dove lavorare. Immagino che a Bologna troverai di sicuro un posto diverso.”
“Me lo auguro”, risponde lei. “Non riesco a lavorare serena sapendo che nella mia stessa struttura di lavoro c’è quel mostro.”
La sua voce cambia e diventa più cruda e piena di rancore, ma percepisco anche rabbia e dolore.
“Ho passato degli anni bellissimi con quella persona, poi si è rivelata in tutta la sua brutalità e lo stare insieme è diventato insostenibile, ogni discussione finiva con lui che mi metteva le mani addosso, fino all’ultimo episodio del quale porto ancora i segni.”
Quelle parole accendono in me un senso di disgusto verso una persona che non conosco ma che mi rendo conto essere davvero abominevole. Per questioni di lavoro, mi è già capitato di incontrare nella mia vita personaggi del genere. Sembra incredibile ma sono sempre di più i casi di uomini che usano violenza sulle proprie donne, ritenendole un oggetto di loro proprietà.
“Immagino che per te la cosa sia difficile da superare, io faccio un lavoro che mi ha portato spesso a incontrare personaggi come quello che mi hai descritto, ho avuto anche a che fare con uomini che sono andati oltre le brutalità e hanno tolto la vita alla compagna o moglie che fosse.”
“Sei un poliziotto?”
“Sì, un commissario di polizia e, come puoi immaginare, ne vedo di tutti i colori e a volte mi lascio anche trasportare dalle situazioni, anche se non dovrei. A volte mi verrebbe voglia di punirli io, certi personaggi, poi il ruolo mi impone professionalità e mi limito a consegnarli alla giustizia. Purtroppo, il nostro ordinamento giuridico molto spesso non riesce a frenare certi eccessi, e a tutelare le vittime.”
La conversazione sta scivolando verso argomenti che non rendono sereno né me né tantomeno lei e quindi cerco di cambiare discorso, le chiedo cosa le piace fare nel tempo libero.
“Amo il mare e quando posso vado lungo la costa romagnola, che non sarà il massimo, ma considerando il poco tempo che ho dal lavoro, è l’unico posto che riesco a raggiungere in fretta.”
Siamo in volo da ormai più di un’ora e mi rendo conto di non aver ancora cercato un film sul visore davanti a me, probabilmente la presenza di questa ragazza e le cose che ci stiamo raccontando mi prendono al punto da farmi dimenticare dove sono e tutto quello che mi circonda.
Mentre sono assorto nei miei pensieri arriva la cena e ci sistemiamo per mangiare. Ci consegnano i piatti e nel poco spazio a disposizione iniziamo le manovre per aprire le confezioni e accingerci a prelevarne il contenuto. Il piatto caldo è un piatto unico a base di pasta che al primo boccone si rivela scotta e poco condita, accompagnata da carne di provenienza difficile da capire.
Guardo Eva e mi accorgo che anche lei ha mangiucchiato a malapena un po’ di pasta e non ha nemmeno toccato la carne. Mi faccio avanti e le offro la mia porzione di dolce. Abbozza un sorriso, mi ringrazia e mi dice che non mi devo preoccupare, perché ha mangiato prima di partire e non ha molta fame.
Ho preso del vino per accompagnare il pasto ma ho sete, cerco con lo sguardo le hostess. Lei mi guarda e mi chiede:
“Ti serve qualcosa?”
“Sì, un po’ d’acqua, ma non vedo le hostess.”
“Non ti preoccupare, bevi questa, poi la riprendiamo”, mi dice e mi porge il bicchiere.
“Grazie, piccola.”
Quelle parole la fanno sorridere e mi risponde:
“Piccola proprio non direi, ma mi fa piacere che tu lo pensi.”
Terminata la cena frugale ci liberiamo dei vassoi. Sto pensando di recarmi al bagno quando il tipo alla destra della ragazza le si rivolge dicendole:
“Può chiedere per favore a suo marito di abbassare la tendina del finestrino, grazie.”
La ragazza con un sorriso risponde:
“Ok, glielo dico.”
Poi si volta verso di me e fa:
“Marito, chiudi il finestrino.”
E scoppia in una risata che coinvolge anche me.
Riprendo in considerazione l’idea di alzarmi ma ecco che è lei a prendere l’iniziativa e si mette in piedi cercando di passare tra l’uomo e il sedile davanti a lui. Viste le difficoltà, per fortuna anche lui si solleva e la lascia passare.
Sfruttando il fatto che l’uomo si sia alzato ne approfitto e mi alzo anch’io, mentre seguo con lo sguardo Eva. Noto ancora con piacere quanto sia bella, un corpo di sicuro atletico, due gambe perfette e un fondoschiena strepitoso. Mi passano pensieri morbosi per la testa. Questa ragazza è proprio un bel vedere.
Percorre il corridoio come se fosse una passerella, ha proprio l’andatura di un’indossatrice, passo deciso e dritto, movimenti sinuosi che non mi fanno staccare lo sguardo dal quel gran bel culo che pare esplodere sotto la piccola gonna di pelle. Non sono l’unico a notarlo, camminando lungo il corridoio mi accorgo infatti che anche ad altri è apparsa come una visione. Già mi pervade un senso di gelosia per quel corpo che voglio poter guardare solo io. Mi viene da sorridere però a pensare quanto la fantasia a volte viaggi a velocità elevatissime, rispetto alla cruda realtà.
Eva entra nel piccolo bagno dell’aereo e io mi metto davanti alla porta ad attendere che si liberi, ignorando che dietro di me ce ne sia un altro libero. È probabile che a qualcuno possa sembrare che io sia lì a farle da guardia del corpo e che non abbia bisogno del bagno. Tanto che una signora mi dice:
“Permesso, mi fa passare, visto che il bagno è libero.”
Mi rendo conto che sto facendo una discreta figura di m…, ma non mi importa, sono lì ad aspettare che la fanciulla esca per entrarci io.
Un momento dopo me la ritrovo davanti e mi dice, per nulla sorpresa di trovarmi lì:
“Vai, adesso tocca a te.”
Mentre varca la porta stretta del bagno, un leggero sobbalzo la spinge verso di me. Non mette avanti le mani ma si lascia andare e me la trovo spalmata addosso. Mi viene spontaneo abbracciarla per poi aiutarla a ritrovare la stabilità.
È solo un attimo, ma la sensazione che provo è indescrivibile, mi sento lo stomaco in subbuglio, e anche un po’ in imbarazzo e lei, per ringraziarmi di averla sorretta e aiutata a non cadere, mi accarezza il viso con una delicatezza disarmante. La mia confusione è totale, adesso. La lascio andare.
In bagno cerco di riprendermi, ma non riesco a non pensare a quello che è accaduto, a quel contatto, all’abbraccio, alla carezza e a lei. Insomma, sto proprio rimbambendo.
Tra un pensiero e un altro, il volo sta arrivando a Istanbul e il pilota ci avvisa dell’imminente atterraggio e di sederci e allacciare le cinture. Afferro la parte della cintura alla mia sinistra e cerco il pezzo di destra ma mi accorgo che è finito sotto le sue gambe.
Senza pensarci infilo la mano per afferrarlo e mi rendo conto solo ora che le sto toccando la pelle non coperta dalle autoreggenti. Rimango un paio di secondi impietrito pensando che da lì a breve mi avrebbe detto qualcosa, invece nulla. Come se non fosse accaduto niente. Si risistema la gonna che nel frattempo le è salita un po’ troppo in alto e si aggancia anche lei la cintura.
Mentre scendo dall’aereo e seguo il percorso per arrivare al gate successivo dove prenderemo l’aereo per Malè, con mio immenso piacere me la ritrovo a fianco, e segue con me il percorso, quasi come fossimo due amici che vanno insieme in vacanza.
Questa cosa mi rende estremamente euforico, penso che avrei trascorso dei bellissimi giorni con lei e, pur senza farmi prendere dall’idea che ci possa essere anche dell’altro, penso che già solo poter fare un po’ di chiacchiere con questa splendida fanciulla mi avrebbe reso la vacanza più piacevole.
Al gate Eva decide di andare a cambiarsi per prepararsi alle temperature elevate delle Maldive. Mi chiede di tenerle d’occhio la valigia e prendendo una borsa che aveva lì dentro si reca alla toilette.
Ne esce di lì a poco, senza calze, con dei pantaloncini attillatissimi che rendono merito a quel meraviglioso fondoschiena, al posto della camicia indossa una maglietta corta che lascia intravedere la pancia e l’ombelico.
Una visione stupenda, non posso esimermi dal farle dei complimenti:
“Wow, ma sei bellissima!”
“Grazie! Ho ancora addosso gli effetti dello sport che ho praticato fino all’università, poi gli studi mi hanno preso troppo tempo e ho dovuto scegliere, preferendo abbandonare lo sport.”
“Cosa facevi?”
“Giocavo a pallavolo in una squadra della provincia di Roma, fino ad arrivare alla serie A2.”
La guardo, percorrendo con gli occhi tutto il suo corpo superbo e poi dico:
“Avevo notato che sei fisicamente atletica e tonica, e ora capisco anche il perché.”
Sfoggiando un innato senso paterno, benché non abbia figli, le suggerisco di mettersi addosso qualcosa di più pesante, perché in aereo si sa, l’aria condizionata a volte è molto forte e rischia di lasciare tracce nelle persone. Con un sorriso estrae dalla borsa il golfino che aveva prima e se lo mette sulle spalle.
Mentre aspetto il check-in del nuovo volo mi assale il dubbio. Ma lei avrà il posto accanto a me? E se dovessimo stare distanti poi come farò a parlarle e ad approfondire le reciproche conoscenze in modo da rimanere in contatto una volta atterrati? E metti che nel frattempo, viene distratta da altri uomini che le siedono a fianco?
Non mi rimane che essere diretto e chiederle, senza mezzi termini:
“Eva, ma sul prossimo volo che posto hai?”
Lei prende il biglietto e mi dice:
“Fila 8 posto D.”
Ed io, senza celare il disappunto:
“Che peccato, non siamo vicini, io ho il posto 34 A, che anche questa volta è accanto al finestrino.”
Lei non fa passare nemmeno un secondo e risponde:
“Dai, magari siamo fortunati e il posto accanto al tuo o quello accanto al mio sono liberi, sennò chiediamo a qualcuno di poterci scambiare.”
Queste parole mi fanno davvero piacere. Ha voglia di continuare il viaggio con me, vuol fare di tutto per starmi vicino anche sul volo successivo. Sono al settimo cielo e la fantasia riprende a galoppare alla grande. Mi lascia immaginare film in cui non avrei mai pensato di trovarmi da protagonista in un’occasione simile. Sono partito per stare da solo e ora non vedo l’ora di stare con lei.
Facciamo il check-in e ci inoltriamo ognuno al proprio posto. Poso la borsa nella cappelliera e mi siedo, accanto ho già due persone che sono salite prima di me, sarà una coppia e quindi sarà difficile che una di loro acconsenta a spostarsi. Quando gli altri passeggeri sono quasi tutti saliti a bordo mi alzo e comincio a guardare in giro alla ricerca di Eva e anche alla ricerca di una fila in cui ci siano due poltrone libere.
Sto per mettermi a sedere ed ecco che lei mi raggiunge, e tutta sorridente mi dice:
“Là in fondo ci sono dei posti liberi, ci andiamo?”
Non me lo faccio ripetere due volte che son già balzato nel corridoio scavalcando la coppia accanto a me. Ma l’entusiasmo viene frenato dall’hostess che ci dice di tornare ai nostri posti.
“Mi scusi, ma non possiamo spostarci là, visto che i posti sono liberi?”
L’hostess mi guarda, capisce la situazione e, con un sorrisetto malizioso mi fa:
“Dopo il decollo, lasciate passare qualche minuto e poi potete anche spostarvi.”
Guardo Eva che ammicca, ringraziamo l’hostess e ci diciamo quasi contemporaneamente:
“OK, ci andiamo dopo.”
Torno a sedere al mio posto e attendo impaziente. Anche quelli seduti accanto a me avranno capito qualcosa perché lui mi sorrise e dice:
“Fino a che non siamo in volo vogliono che rimaniamo tutti nei posti assegnati per questioni di sicurezza e di distribuzione dei pesi.”
È trascorsa solo una decina di minuti dal decollo e io fremo, non vedo l’ora di alzarmi e andare in fondo all’aereo con Eva. Mi sporgo leggermente dalla poltrona per guardare in direzione dei posti dove è seduta lei cercando di capire se si sia già alzata, ma non vedo nulla. Poi, ecco che la vedo comparire dalla spalliera della poltrona davanti alla mia, con i capelli legati e con in mano la coperta, gli auricolari e una borsettina dove di sicuro tiene il cellulare e i documenti.
Mi guarda con il solito sorriso dolcissimo e mi dice:
“Che fai, vieni?”
A questo punto potrei dimostrarle il mio entusiasmo esagerato ma è tanta la gioia di ritrovarmela accanto che divento timido e mi limito a uscire dal posto dove sono e seguirla.
È stata una vera fortuna che i posti non fossero tutti al completo, forse perché il periodo non è festivo, non ci sono ponti o quant’altro, le scuole sono aperte. In fondo all’aereo c’è tutta una fila vuota dal lato finestrino e le propongo di sederci lì. Ma Eva ne punta un’altra, mi dice:
“Mettiamoci qui al centro, abbiamo a disposizione quattro posti e staremo più larghi.”
“Ok, mi sembra un’ottima idea”, le rispondo, e la invito a sedersi prima di me. Lei entra nella fila e mentre procede solleva tutti i braccioli che dividono i quattro posti a sedere. Per fare il simpatico le dico:
“Ma cosa fai, prepari il letto per dormire?”
Lei si volta, mi guarda e fa:
“Perché, la cosa ti dispiacerebbe?”
Credo di essere passato all’istante dai sessanta battiti al minuto ai centoventi e forse più. La mia risposta è quanto di più ovvio potessi dire in quel frangente:
“Assolutamente no, anzi, trovo l’idea molto interessante.”
Eva si siede nella terza poltrona da sinistra e io nella quarta. Nel frattempo si leva le scarpe e allunga le gambe sul sedile verso destra. Poi si sdraia su di me dando le spalle alle poltrone davanti a noi e si mette la coperta addosso. Questa posizione mi sta creando un enorme imbarazzo e il mio timore è che la reazione fisica del mio corpo sia inevitabile. Mentre cerco di evitare in tutti i modi che il pene mi diventi turgido, lei si accomoda meglio e mi abbraccia la vita come se avesse timore di cadere. Nonostante il golfino che ha ancora addosso lei, e la maglia io, riesco a sentire il suo corpo strusciarsi al mio. Quei seni che si muovono su e giù per la mia pancia fanno precipitare i sensi e la reazione è inevitabile.
Eva si scansa da me e con la mano mi tocca, verifica lo stato delle cose. Io tento la carta della giustificazione, le dico:
“Scusami ma sai, non riesco a non eccitarmi se ti appiccichi così, perdonami ma mi è difficile controllarmi.”
Lei mi risponde:
“Non ti preoccupare, lo capisco benissimo e stai tranquillo, poi vedremo cosa fare per farlo calmare.”
E le parte una risata.
Tutto mi sarei immaginato, anche una sua reazione negativa, ma questa frase mi lascia interdetto, le sue intenzioni sono chiare e comincio a immaginare situazioni ormai fuori controllo. Cosa avrebbe voluto altrimenti intendere con quel ‘Vedremo cosa fare per farlo calmare’?
Un’hostess sta venendo verso il fondo dell’aereo e avviso Eva che si tira su e si siede accanto a me. Sento dei rumori provenire alle mie spalle dove c’è l’angolo riservato ai servizi per i cibi da distribuire. Infatti passano pochi minuti e le hostess escono da lì dietro e risalgono il corridoio, con i carrelli delle vivande.
Inizia la distribuzione dei pasti e dopo poco arrivano anche da noi. Mangiamo le pietanze, che tra l’altro sono più buone delle prime, ci prendiamo un caffè e poi facciamo portare via i vassoi.
Terminata la cena, si abbassano le luci di tutto l’aereo per permettere di dormire a chi lo vuole fare. Eva non si lascia sfuggire l’occasione e si risistema nell’esatta posizione di prima.
Forse perché abbiamo mangiato e bevuto, forse perché non mi sono più fatto sorprendere come la volta precedente, la reazione stavolta non è così evidente e… diciamo… ingombrante. Insomma, riesco ad avere più controllo.
Mentre mi sto rilassando, e sono contento di non averla messa di nuovo in imbarazzo, succede quello che mai mi sarei immaginato. La mano di Eva, passando sotto la coperta che nel frattempo aveva messo sulle mie gambe per stare più comoda, arriva ai pantaloni e lentamente, con estrema delicatezza e attenzione per non fare rumore risale fino a trovare il bottone, lo sgancia e abbassa la cerniera.
In men che non si dica le dimensioni del mio pene tornano a essere maestose e la sua mano lo libera dalle strette mutandine che indosso. Con destrezza, senza farsi vedere né da me né da nessun altro, inizia a farsi posto scansando i lembi dei pantaloni e abbassando al massimo gli slip.
Mentre mi trovo in un delizioso sperdimento provocato dal contatto della sua mano che si muove sul pene, lei, con una fievole voce mi dice:
“Stai attento che non venga qualcuno, nel caso avvisami.”
E si tuffa sul pene, se lo ficca in bocca.
Le labbra e la lingua completano l’opera. Mi ritrovo a godere come un ragazzino. Quelle labbra che con estrema dolcezza si muovono su e giù, quella lingua che a tratti disegna il glande con delicatezza mi stanno facendo impazzire. Visto lo spazio a disposizione e la situazione, la ragazza non eccede nel movimento, e si limita a muovere la lingua per massaggiarmi il pene tutto intorno con esasperante lentezza. Sento che sto per raggiungere l’apice e tento di sottrarmi per non venirle in bocca, ma lei lo riprende e porta a compimento l’opera.
In quarant’anni non mi è mai capitata un’avventura del genere. Nelle più rosee previsioni con una conoscenza così breve mi sarei immaginato magari un casto bacio o poco più. Ma un pompino del genere, fatto poi con la sapienza di chi sa esattamente come farlo, non me lo sarei mai aspettato.
Eva, con mosse delicate e precise, ripulisce con la lingua tutta l’area interessata dalla fuoriuscita dello sperma, poi mi risistema i pantaloni. Si alza e guardandomi negli occhi mi sussurra:
“Hai visto che adesso si è calmato?”
Sono totalmente stordito, ma riesco a risponderle:
“Sì, e mi è piaciuto moltissimo, cazzo se mi hai stupito Eva, non avrei mai aspirato a tanto e vorrei poter contraccambiare, ma qui mi sembra davvero complicato.”
“Tranquillo Antonio, ci sarà modo sull’isola di trovare lo spazio giusto e la giusta situazione, se ti va. Per adesso ti chiedo solo di abbracciarmi stretta e di tenermi qui tra le tue braccia.”
Questa richiesta mi sembra il desiderio di contatto di una ragazza che ha subito esperienze traumatizzanti e che ha bisogno di sentire del calore umano. E io sono ben felice di accoglierla tra le mie braccia. Questo suo corpo atletico e perfetto mi fa proprio sbalestrare.
La stringo a me cercando di trasmetterle tutto il calore possibile, poi, con la mano, mi intrufolo sotto la maglietta. Tento di scansare il reggiseno per afferrarle un seno ma la cosa si rivela complessa, vista la posizione. Lei mi dice con un filo di voce: “Sgancialo da dietro che fai prima.”
Non me lo faccio ripetere due volte e, non senza difficoltà, riesco nell’impresa. Sganciato il reggiseno riporto la mano davanti e le afferro un seno tondo, morbido, delicato, con la pelle che scorre tra le mie mani come seta, il capezzolo poi, qualcosa di sublime, piccolo ma turgido, mi trasmette l’eccitazione che sta provando.
Abbandono quella meraviglia a malincuore, cercando di ricomporla senza però riuscire a riagganciare il reggiseno, ma interviene lei a dirmi ancora:
“Lascia pure, mi sistemo dopo da me.”
Ma la mia soddisfazione non è completa, voglio esplorare ancora qualcosa e allora infilo la mano dentro i suoi pantaloncini. Eva contrae la pancia per farmi posto, poi si accomoda meglio e allarga le gambe.
Ha capito il mio intento e gradisce, la ragazza. La mano scende e scansando le mutandine scivola fino alle grandi labbra. Percepisco che tutto intorno non c’è traccia di peluria e sento che è già lievemente umida. Provo ad affondare le dita, lei si muove accompagnando i miei movimenti. La penetro con il dito medio quanto più dentro possibile, sento che comincia a mugolare.
Esploro con delicatezza la sua vagina e percepisco le contrazioni provocate dal piacere. Continuo, cercando di andare ancora più in profondità, la sua vagina è stretta e morbida.
Il respiro si fa più intenso e forte e i fianchi accompagnano i miei movimenti fino ad arrivare al punto in cui anche per lei arriva l’orgasmo. Data la situazione, probabilmente si è molto trattenuta nelle esternazioni di piacere, ma il suo stordimento è pari almeno al mio. Piano piano la ricompongo e torno ad abbracciarla forte a me.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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